L’IMPATTO DELLE VIOLAZIONI ONLINE DEL COPYRIGHT PRIVE DI SCOPO DI LUCRO SULL’ECONOMIA E SULLA CREATIVITÀ

di Paolo Brini e Marco Scialdone

1. Introduzione

Le tecnologie che consentono la diffusione delle informazioni e dei contenuti su Internet sono state accolte con diffidenza dall’industria musicale e cinematografica, analogamente a quanto avvenuto in passato con riferimento all’introduzione sul mercato dei televisori, dei telecomandi per i televisori, dei nastri magnetici e dei videoregistratori [1].

Si consideri, ad esempio, la forza con cui IFPI (International Federation of the Phonographic Industry), nei suoi rapporti annuali, ha affermato l’esistenza di una correlazione causale fra la condivisione del materiale protetto da copyright e il declino delle vendite dei supporti musicali, partendo dall’assunto secondo cui ogni copia o download non autorizzato equivalga ad una vendita perduta. [2]

Tuttavia, a parere di chi scrive, l’industria dell’intrattenimento ha finora fallito nel proporre studi scientifici che siano davvero in grado di dimostrare sia l’assunzione che la correlazione causale sopra citate. Ciò che, al contrario, risulta inequivocabile è che “what we know about media piracy usually begins, and often ends, with industry-sponsored research” [3].

Nel prosieguo della trattazione si darà conto, allora, dell’esistenza di un’ampia serie di studi da cui è possibile evincere che:

1. l’implicazione “copia non autorizzata→vendita mancata” è falsa;
2. le violazioni di massa del copyright prive di scopo di lucro hanno un ruolo benefico nei confronti della creatività e della nascita di nuove opere;
3. non esiste allo stato attuale alcuna prova per cui le predette violazioni rappresentino un danno per l’economia globale;
4. esistono correlazioni dirette e causali fra violazioni del copyright e benefici economici agli artisti.

La selezione degli studi è stata operata in ragione del numero di citazioni ricevute in pubblicazioni scientifiche peer-reviewed. Per comodità si è provveduto a suddividere i contenuti soggetti a copia non autorizzata in tre settori, senza avere la pretesa di tracciare netti confini fra di essi: libri, musica e film.

Infine, tramite l’analisi dello studio chiave BASCAP/TERA, attualmente portato all’attenzione dei decisori italiani ed europei, si è cercato di dimostrare come le argomentazioni dell’industria dell’intrattenimento si basino su macroscopici errori scientifici tali da invalidarne le conclusioni.

2. La natura degli studi

La gran parte degli studi si basa su interviste ad un campione statisticamente significativo. Pochi sono gli studi disponibili che si fondino su un’osservazione diretta dei contenuti effettivamente copiati e scaricati online ed essi sono stati condotti essenzialmente attraverso l’osservazione del funzionamento di applicazioni oramai obsolete. Occorre considerare, infatti, che esiste un’oggettiva e crescente difficoltà tecnica nell’osservazione diretta delle copie online. Dagli inizi del millennio un progressivo inasprimento delle legislazioni nazionali contro la condivisione online di materiale protetto ha provocato uno spostamento verso applicazioni e protocolli più difficili da monitorare. Negli ultimi anni, inoltre, si è assistito ad un progressivo aumento di utilizzo di tecniche di offuscamento e cifratura che rendono impossibile, anche teoricamente, condurre studi basati su osservazioni dirette.

Appare lecito ipotizzare che all’aumentare dell’enforcement questo trend sarà confermato o accelerato. Potrebbe rivelarsi impossibile, a livello di ISP nazionali e router di frontiera, identificare e discernere il traffico che viola il copyright da quello che non lo viola, rendendo quindi gli studi diretti impossibili da condurre. In questo scenario, le ricerche statistiche con interviste a campioni significativi sono le uniche sulle quali basarsi.

La totalità delle ricerche è piuttosto recente (dal 2005 al 2010) e coincide con il periodo di diffusione di massa del file sharing. La pressione legale portata contro i servizi centralizzati come Napster, chiuso nel 2002, ha accelerato e favorito la diffusione della condivisione di massa di opere protette dal copyright.

3. Libri

Nel periodo 2002-2007, la pubblicazione di nuovi libri ha conosciuto un incremento del 66%, coincidente con l’inizio delle condivisioni di massa [4].
Nel 2002 Tim O’Reilly scriveva che la minaccia più seria per un autore non è essere copiato, ma essere sconosciuto e che “Piracy is a kind of progressive taxation, which may shave a few percentage points off the sales of well-known artists (and I say ‘may’ because even that point is not proven), in exchange for massive benefits to the far greater number for whom exposure may lead to increased revenues.” [5]

In un arco pluriennale di osservazioni si è notato che, a parità di tutti gli altri fattori, i libri condivisi nei network p2p in coincidenza alla distribuzione nelle librerie (o in leggero anticipo), beneficiano, rispetto ai libri non condivisi, di un incremento medio di vendite del 19,1% nel periodo iniziale di promozione e di un incremento medio del 6,5% nelle 4 settimane successive alla promozione [6].

A ciò aggiungasi che la condivisione online di libri protetti da copyright ha reso accessibili tali opere alle persone con disabilità della vista o alla lettura. In assenza di adeguate eccezioni o limitazioni del copyright o in assenza della loro implementazione, tali soggetti hanno trovato nelle opere già digitalizzate e quindi convertibili o immediatamente leggibili con appositi software di lettura, “una galassia” di cultura ed intrattenimento precedentemente a loro negata [7].

L’impatto globale della pirateria online (priva di scopo di lucro) sui libri appare essere, in buona sostanza, ampiamente positivo sia sotto il profilo squisitamente economico, che sotto quello culturale e sociale.

4. Musica

Partendo dal dato relativo al numero di album prodotti nel 2000, anno in cui la condivisione di musica tramite Napster cominciò ad assumere proporzioni significative, gli studi presi in considerazione evidenziano come siffatto numero sia cresciuto nel corso dell’ultimo decennio in una percentuale superiore al 100% [8].
La valutazione dell’impatto della pirateria online priva di scopo di lucro, e quindi di una causalità fra “download” e “vendite”, origina un serio problema di endogeneità, che impone di scartare qualsiasi studio che si basi su congetture non confortate dai dati [9]. In particolare, come verrà analizzato più a fondo nel prosieguo, il GAO, nello studio citato in nota 9, coerentemente ad un corretto approccio scientifico, qualifica come completamente inaffidabili gli studi commissionati dalle major per dimostrare un presunto danno economico.

Per eliminare il bias di endogeneità alcune ricerche hanno fatto ricorso ad una combinazione di interviste su un campione significativo ed osservazioni empiriche dirette, evitando accuratamente qualsiasi congettura o assunzione aprioristica. Da un punto di vista scientifico e razionale solo queste ricerche possono essere considerate rappresentative e/o significative.

Boorstin [10], nel 2004, è stato il primo ad organizzare una ricerca che tenesse conto sia delle differenze di età sia della capacità di spesa di coloro che condividono online materiale protetto da copyright. Le conclusioni dello studio sono che esiste un impatto negativo per la vendita dei CD nelle persone con un’età minore di 24 anni e positivo per quelle di età maggiore. Siccome la seconda categoria ha una capacità di spesa superiore, l’effetto totale della pirateria online priva di scopo di lucro è un aumento delle vendite dei CD. La ricerca cita inoltre numerosi fattori per il declino del CD, fra i quali obsolescenza, scarsa praticità, nuove abitudini sociali basate su tecnologie differenti.

Nel 2009 il governo olandese ha commissionato uno studio vasto ed approfondito [11], basato simultaneamente su indagini presso le industrie, review scientifica della letteratura esistente ed interviste ad utilizzatori di Internet di età maggiore di 14 anni. Lo scopo dello studio era quello di dare risposte quantitative in merito all’impatto della condivisione online di musica, cinema e videogames.

Dallo studio è emerso che il 44% della popolazione olandese condivide abitualmente online opere protette da copyright. Nell’ambito della percentuale da ultimo richiamata, le persone con età compresa fra 15 e 24 anni spendono globalmente, nei mercati considerati, quanto il resto della popolazione non dedita alla condivisione, mentre le persone con più di 24 anni spendono di più di coloro che non condividono. Analizzando le abitudini di spesa dei “condivisori”, si è calcolato un aumento di spesa nell’intrattenimento di circa 100 milioni di euro all’anno, con conseguenti forti benefici per il mercato in generale, per gli artisti e per il welfare.

Nel campo musicale, lo studio evidenzia uno spostamento della spesa a favore dei servizi online e dei concerti dal vivo, questi ultimi capaci di garantire guadagni considerevolmente maggiori agli artisti e considerevolmente minori alle major (per un concerto dal vivo, un artista contrattualizzato con una major è remunerato per il 20-50% del prezzo lordo del biglietto, a fronte dello 0,1-2% del prezzo lordo di un CD).
Lo studio olandese, in ultima istanza, conferma le conclusioni di Boorstin in merito allo spostamento delle consuetudini sociali nella spese per l’intrattenimento e per la cultura, aggiungendo un’analisi quantitativa di quanto esattamente un “pirata online” spenda di più rispetto ad un “non-pirata”.

Una ricerca concentrata sui CD e sulle reti p2p è quella canadese di Andersen e Frentz del 2007 in collaborazione con Decima Research [12] e finanziata dall’industria, basata su un campione di oltre 2100 persone (campione statisticamente rappresentativo della popolazione canadese) con confronti sui dati ufficiali di vendita. Le conclusioni della ricerca sono di una correlazione fra file sharing e aumento delle vendite dei CD, in particolare è possibile calcolare con buona precisione che ogni 12 canzoni scaricate le vendite aumentano di 0,44 CD.

Una ricerca giapponese del 2004 concentrata sull’utilizzo di Winny [13] e vendite di CD giunge a conclusioni analoghe [14]. La ricerca è interessante perché Winny è stata una delle prime applicazioni a consentire il file sharing criptato ed anonimo, con conseguente garanzia pressoché assoluta di “impunità” per l’utilizzatore. La ricerca trova una correlazione fra utilizzo di Winny per condivisione di musica e l’aumento di vendite dei CD.

Una più recente ricerca inglese del 2008 concentrata esclusivamente sui giovani di fascia di età compresa fra 14 e 24 anni mostra che il 61% del campione di 1808 cittadini pratica regolarmente file sharing. Gli individui di questa frazione spendono più in musica rispetto agli altri, con una differenza sostanziale di spesa a favore dei concerti dal vivo: 50% in CD e 50% in concerti dal vivo [15].

IPSOS Allemagne ha condotto nel 2009 un’estesa ricerca internazionale su 12 paesi (Cina, India, Brasile, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Giappone, Russia, Spagna, USA, ed Emirati Arabi Uniti) su un campione di 6500 persone concentrata sui rapporti fra file sharing di musica e film e abitudini di spesa. Il risultato è che coloro che condividono online spendono di più di coloro che non lo fanno, con alcuni casi particolarmente interessanti come quello tedesco in cui i “condivisori” spendono quasi il triplo (in musica online legale e CD) dei non-condivisori [16].

Nel 2006 la Fondazione Luigi Einaudi ha pubblicato un rapporto di ricerca dal titolo “I comportamenti di consumo di contenuti digitali in Italia. Il caso file sharing” [17]. Come è possibile leggere nell’introduzione dello studio, “Lo scopo della ricerca è stato quello di valutare i comportamenti di consumo degli utenti internet italiani con particolare attenzione a tre tipologie di navigatori: coloro i quali non hanno scaricato contenuti da internet (non downloader), coloro che hanno scaricato da internet prevalentemente contenuti a pagamento (downloader pay) e coloro che hanno scaricato da internet prevalentemente in modalità gratuita da altri utenti, ovvero tramite file sharing (downloader free). Su una base di 1600 utenti internet italiani rappresentativi dell’intera popolazione internet nazionale, sono così suddivisi: non downloader 67% (1075 rispondenti), downloader pay 7% (119 rispondenti) e downloader free 25% (406 rispondenti)”.

Orbene a consumi culturali bassi o nulli si associa prevalentemente una tipologia di utente non-downloader, mentre alla categoria di consumi culturali medio-alti si associa la tipologia di utente downloader, con uno scarto di soli 4 punti percentuali tra dowloader free (22%) e downloader pay (26%).
Il dato della propensione all’acquisto risulta, altresì, particolarmente significativo: secondo la ricerca i downloader free hanno una propensione all’acquisto positiva nel 47% dei casi, percentuale che diventa pari al 76% se si considera anche la propensione bassa.

Se si guarda, poi, agli effetti delle pratiche di downloading sui consumi culturali, con particolare riferimento ai contenuti musicali (ovvero l’acquisto medio di CD/mese e la fruizione di media di eventi musicali/anno) i risultati sono ancora più sorprendenti.
I comportamenti relativi al “consumo musicale” risultano in larga parte riequilibrati [18], sia per i downloader pay che per i free: rispettivamente nel 60% e 62% dei casi il ricorso ai contenuti musicali digitali ha riconfigurato i precedenti comportamenti di acquisto senza provocare sostanziali sconvolgimenti. Comportamenti che si sono modificati invece con una tendenza alla diminuzione nel 30% circa dei casi intervistati in entrambe le tipologie di downloader; percentuale parzialmente recuperata da una minore tendenza all’aumento dei consumi (rispettivamente il 9% dei downloader pay e il 7% dei downloader free).

In conclusione, gli studi sopra riportati dimostrano l’inesistenza di una correlazione causale fra pirateria online priva di scopo di lucro e danno nelle vendite dell’offerta legale. Esiste, al contrario evidenza che i downloader free abbiano una più alta propensione all’acquisto rispetto ai non downloader, e una propensione all’acquisto sostanzialmente identica ai downloader pay.

5. Film

E’ nel biennio 2003/2004 che inizia in maniera sostenuta la condivisione, oltre che dei brani musicali, anche dei film grazie all’evoluzione degli algoritmi di compressione DivX e XviD e all’aumento di larghezza di banda disponibile, fenomeno che ha assunto proporzioni di massa fra il 2006 e il 2008. Nel 2009 il numero di film prodotti dalle major è aumentato del 30% rispetto al 2003 (Oberholzer-Gee/Strumpf 2009, già citato in nota 4), mentre gli incassi globali al botteghino hanno conosciuto un trend positivo, fino all’esplosione del 2009 e soprattutto del 2010, anno che ha segnato il record di tutti i tempi (record non solo assoluto, ma confermato anche applicando correzioni legate a inflazione e potere d’acquisto) degli incassi al botteghino (dati ufficiali MPAA, 2011), a dispetto di una profonda crisi economica mondiale.

I condivisori di film spendono di più dei non condivisori nell’acquisto di DVD e BluRay e vanno al cinema più spesso; invece, non appaiono interessati al noleggio dei film (Huygen, 2009, studio citato in nota 11).
Smith & Telang non trovano invece correlazioni fra condivisione dei film e acquisto dei DVD; la condivisione in violazione del copyright non influisce, né positivamente né negativamente, sulla vendita dei film in DVD [19].

Una ricerca di Magid Associates Inc. evidenzia come i condivisori siano i migliori clienti di Hollywood. Lo studio si concentra sugli utilizzatori di Vuze, un importante client BitTorrent. La spesa, considerevolmente maggiore dei condivisori rispetto ai non-condivisori, si concentra soprattutto su biglietti del cinema (+34%), acquisto di DVD (+24%), noleggio di film (+34%). Lo studio inoltre mette in evidenza come i condivisori siano importanti “opinion leaders” con il potere di influenzare le decisioni di acquisto di vasti circoli sociali online [20].

Tornando in Italia, sempre lo studio della Fondazione Einaudi, citato nel paragrafo precedente, evidenzia come rispetto ai contenuti video, nel complesso, il ricorso al downloading abbia un impatto limitato per quanto riguarda i consumi culturali anche al differenziarsi dell’utenza.

A ciò aggiungasi che circa 1/5 del campione (23%) intervistato ha affermato di scaricare film recenti ma non nuovi: solo il 13% ha dichiarato di scaricare prime visioni mentre l’11% rappresenta il gruppo dei cinefili, ovvero di chi scarica film considerati classici.

Anche in questo caso solo una parte del campione sembra affermare di usare le reti per il file sharing come alternativa o integrazione all’offerta audiovisiva tradizionale, mentre la parte più consistente dei downloader free lo considera come possibilità di accesso a prodotti che sono stati soggetti a un rapido turnover e su cui non ci si è concentrati a sufficienza.

In buona sostanza, la pratica del file sharing connessa a prodotti video non appare danneggiare le vendite di DVD e BluRay: al contrario, almeno due ricerche indipendenti, condotte su campioni diversi e con diverse metodologie, trovano una correlazione fra pirateria e aumento di vendite di DVD e BluRay.
Infine, allo stadio attuale sono necessarie più ricerche scientifiche per poter stabilire se esiste una correlazione causale (e se esiste, se essa è positiva o negativa) fra pirateria online e noleggio di film. L’oggetto dello studio è particolarmente difficile in quanto il mercato dei noleggi (sia online sia offline/”fisico”) appare essere fortemente influenzato da una grande quantità di variabili in evoluzione molto rapida (offerte TV via cavo, offerte TV via satellite, Internet TV ecc.).

6. Gli studi presentati dalle major

Una nota particolare meritano i cinque “studi” sui cui le major si basano per sostenere la tesi opposta a quella che emerge dalle ricerche fin qui citate.

Quattro di essi (Norbert Michael, The Impact of Digital File-Sharing on the Music Industry: An Empirical Analysis, 2006; Rob & Waldfogel, Piracy on the High C’s, 2006; Alejandro Zenter Measuring the Effect of File Sharing on Music Purchases, 2003; Liebowitz, File-Sharing: Creative Destruction or Just Plain Destruction?, 2006) sono facilmente classificabili come privi di affidabilità in quanto non soddisfano i requisiti basilari di una ricerca scientifica. Nello specifico, essi:

1. fanno congetture in assenza di un insieme di dati sperimentali osservati/raccolti;
2. sono viziati da errore di endogeneità;
3. non considerano, né qualitativamente né quantitativamente, il mercato delle indies, che per numero di “album” rilasciati rappresenta la schiacciante maggioranza (80%) della totalità della musica offerta.

Tali carenze sono state, altresì, messe in evidenza dal rapporto del GAO già citato in precedenza, in cui è dato leggere: “some experts and literature also identified some potential positive effects of counterfeiting and piracy”; “three widely cited U.S. government estimates of economic losses resulting from counterfeiting cannot be substantiated due to the absence of underlying studies”; “Commerce and FBI officials told us they rely on industry statistics on counterfeit and pirated goods and do not conduct any original data gathering to assess the economic impact of counterfeit and pirated goods on the U.S. economy or domestic industries. However, according to experts and government officials, industry associations do not always disclose their proprietary data sources and methods, making it difficult to verify their estimates”.

Il GAO aggiunge che gli studi che si basano su metodi standard econometrici comprensivi di moltiplicatori economici e/o modelli di equilibrio parziale non hanno valore, in quanto quei metodi sono inapplicabili quando si deve escludere l’endogeneità. Nel caso degli studi citati, il problema dell’endogeneità è palese quando si assume un rapporto di causa (download)-effetto (diminuzione vendite) tramite congetture arbitrarie – per fare un esempio banale, l’assunzione a priori – in assenza di dati – che il download di un brano causi la mancata vendita di un intero album.

Prima di stabilire una relazione di causa-effetto fra due variabili, occorre stabilire se esse sono dipendenti fra loro esclusivamente, o se sono indipendenti, oppure se sono dipendenti sia fra loro sia da altre variabili.

Il recentissimo “studio” BASCAP/TERA [21], attualmente sottoposto all’attenzione della Commissione Europea e del Parlamento Europeo, è un esempio lampante di studio pilotato per sostenere tesi stabilite a priori.

Due sono gli errori basilari che debbono da subito essere evidenziati: in primo luogo, la pirateria interna può certamente causare perdite a specifici settori industriali, ma queste non sono necessariamente perdite per l’intera economia nazionale. All’interno di un dato sistema economico, infatti, la pirateria è una riallocazione di reddito, non una perdita: il denaro risparmiato su CD o DVD viene speso in altri beni (cibo, vestiti, altro intrattenimento, ecc.)

In secondo luogo, i numeri sulle perdite di posti di lavoro di TERA portano ad assumere che le perdite da pirateria ricadano solo sulle compagnie europee. Per film, musica e software, tuttavia, questo è palesemente errato. Gli studios di Hollywood controllano l’80% del mercato dei film nell’Unione Europea. Microsoft e molte altre compagnie americane di software hanno una quota di mercato ancora più alta nelle categorie chiave del software di produttività. L’impronta globale di molte di queste compagnie rende la suddivisione dei flussi di reddito difficile, ma la dinamica sovrastante è semplice: per le importazioni di proprietà intellettuale, le vendite legali rappresentano un flusso in uscita per l’economia nazionale.

La pirateria della proprietà intellettuale importata, per contrasto, rappresenta un guadagno di benessere nella forma di accesso espanso a beni di valore. Nei film e nel software, i paesi europei sono principalmente importatori di proprietà intellettuale. Nel caso più complicato della musica, uno studio molto credibile finanziato dal governo olandese ha stimato che l’impatto benefico della pirateria musicale in Olanda abbia un valore positivo di 100 milioni di euro (Huygen et al., 2009, già citato).

Lo studio di TERA conferma esso stesso le perplessità sopra manifestate allorquando nell’ultimo paragrafo dell’appendice finale così si esprime: “per risultare pienamente consistenti, avremmo dovuto considerare i prodotti pirata nella proporzione locale/estero (per tutti i prodotti creativi considerati), ma questi dati non erano disponibili”. Questa omissione finisce per rendere assai discutibile l’intera analisi [22].

7. Conclusioni

Nel novembre 2010 il primo ministro inglese, David Cameron, annunciò la realizzazione di uno studio indipendente sul rapporto tra proprietà intellettuale ed innovazione.

Nel maggio 2011 il rapporto, scritto con il contributo di un panel di esperti di livello internazionale coordinati dal Prof. Ian Hargreaves, è stato reso pubblico [23].
Con una certa soddisfazione chi scrive ha potuto riconoscere in esso quelle preoccupazioni più volte manifestate (e ribadite anche nel presente contributo) in merito alla c.d. “retorica della pirateria”, una retorica fondata su studi di dubbio valore scientifico ed alimentata ad arte al solo scopo di esercitare pressioni sui Governi per ottenere normative sempre più stringenti in materia di copyright.

Nello studio, correttamente denominato “digital opportunity”, si può leggere: “Our intellectual property framework will face further significant pressure to adapt in the coming years, as we make our way into the third decade of the commercial internet. We urge Government to ensure that in future, policy on Intellectual Property issues is constructed on the basis of evidence, rather than weight of lobbying, and to ensure that the institutions upon which we depend to deliver intellectual property policy have clear mandates and adaptive capability. Without that, the pile of IP reviews on the Government’s doorstep – four in the last six years – will continue to accumulate”.

Abbiamo davvero bisogno che le politiche in materia di proprietà intellettuale siano basate su numeri reali e non sul peso specifico di una lobby o di un settore industriale.

Da qui la necessità di un’operazione trasparenza sui dati che, nel corso dell’ultimo decennio, sono stati forniti sul fenomeno della condivisione non a scopo di lucro di materiale protetto dal diritto d’autore, giacché è su di essi che si sono basati gli interventi normativi adottati.

Va da sé che il sovradimensionamento del fenomeno e del suo impatto economico ha generato e continua a generare [24] risposte del tutto spropositate, tali da entrare non di rado in conflitto con altri fondamentali diritti dell’individuo come quello alla riservatezza nelle comunicazioni elettroniche, come la libertà di espressione, come l’accesso alla cultura.

Alla luce di quanto sopra risuonano quanto mai vere le parole di un celebre giurista italiano, magistrato della Suprema Corte di Cassazione e padre dell’Informatica Giuridica in Italia, Renato Borruso, secondo cui “la vera comprensione del diritto, quale che sia il suo oggetto, implica sempre la conoscenza, prima ancora che delle norma, del fenomeno, inteso come fatto di vita e di esperienza che la norma vuole regolamentare: altrimenti non si è veri giuristi, ma soltanto legulei” [25].

Speriamo davvero che, tanto nei confini nazionali che al di là degli stessi, chiunque (sia esso un’autorità amministrativa, un giudice, o il Parlamento) sarà chiamato ad operare in un contesto così difficile come quello della tutela delle opere dell’ingegno nelle reti di comunicazione elettronica, sappia comportarsi da vero giurista e non quale piccolo leguleio.

Note

[1] Negli anni ’50 e ’60 feroce fu la battaglia contro la televisione, giacché avrebbe portato alla morte del cinema, così come negli anni ’80, la campagna “home taping is killing music” (http://en.wikipedia.org/wiki/Home_Taping_Is_Killing_Music link controllato il 4 giugno 2011) contro i nastri magnetici. Si pensi, ancora, alla battaglia legale negli U.S.A. per proibire la vendita dei videoregistratori (Sony Corp. Of America vs. Universal Studios et al., Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, per maggiori informazioni consultare qui, link verificato il 4 giugno 2011).
[2]IFPI denuncia, altresì, un calo degli investimenti nel settore musicale sempre causato dalle violazioni online del copyright. Sul punto cfr. IFPI, Digital Music Report 2010, link verificato in data 4 giugno 2011)
[3] “Quello che conosciamo della “pirateria dei media” normalmente inizia, e spesso finisce, con le ricerche sponsorizzate dalla stessa industria dell’intrattenimento”. La citazione è tratta dallo studio Media Piracy in emerging economies, il primo studio indipendente su larga scala relativo al tema della pirateria audiovideo nelle economie dei paesi emergenti, con focus su Brasile, India, Russia, Sud Africa, Messico e Bolivia. Lo studio può essere consultato al seguente indirizzo, link verificato il 4 giugno 2011).
[4] Cfr. Felix Oberholzer-Gee e Koleman Strumpf, File-Sharing and Copyright, in Innovation Policy and the Economy, vol. 10, 2010, pp. 19-55, National Bureau of Economic Research Series.
[5] Cfr. Tim O’Reilly, Privacy is a progressive taxation and other thoughts on the evolution of online distribution, pubblicato il 12/11/2002 su www.openp2p.com, articolo consultabile al seguente indirizzo, link controllato il 4 giugno 2011
[6] O’Leary, Brian: Impact of P2P and Free Distribution on Book Sales, O’Reilly Media, 2009.
[7] Sul punto si rimanda agli atti del convegno “Meeting the Needs of the Visually Impaired Persons: What Challenges for IP?”, World Intellectual Property Organization”, Ginevra, 13 luglio 2009, link controllato il 4 giugno 2011
[8] Cfr. Felix Oberholzer-Gee e Koleman Strumpf, op. cit. nota 4
[9] Cfr. GAO (United States Government Accountability Office), Intellectual Property. Observations on Efforts to Quantify the Economic Effects of Counterfeit and Pirated Goods, April 2010, disponibile al seguente indirizzo, link controllato il 4 giugno 2011.
[10] Cfr. Boorstin, Eric S., Music Sales in the Age of File Sharing. Senior Thesis, Department of Economics, Princeton University, 7 April 2004, disponibile al seguente indirizzo, link controllato il 4 giugno 2011.
[11] Cfr. Huygen, Annelies; Joost Poort, Nico van Eijk et al., TNO, SNO and IViR, commissioned by the Dutch Ministries of Education, Culture and Science, Economic Affairs and Justice (2009): Ups and Downs. Economic and cultural effects of file sharing on music, film and games, February 2009, disponibile all’indirizzo, link controllato il 4 giugno 2011.
[12] Cfr. Andersen, Birgitte – Marion Frenz, The Impact of Music Downloads and P2P File-Sharing on the Purchase of Music: A Study for Industry Canada, 2007, disponibile all’indirizzo, link controllato il 4 giugno 2011.
[13] Winny è un software giapponese che consente la condivisione di file tramite reti p2p, per maggiori informazioni si rimanda alla pagina di Wikipedia ad esso dedicata, link controllato il 4 giugno 2011.
[14] Cfr. Tanaka, Tatsuo, Does file sharing reduce music CD sales? A case of Japan, Institute of Innovation Research, Hitotsubashi University, Working Paper #05-08, December 2004, disponibile all’indirizzo, link controllato il 4 giugno 2011
[15] Bahanovich, David – Dennis Collopy, Music Experience and Behaviour in Young People, University of Hertfordshire, summer 2009, disponibile all’indirizzo, link controllato il 4 giugno 2011.
[16] Cfr. IPSOS Allemagne, Connections ist eine globale Studie von Ipsos MediaCT zu Plattformen und Informationsquellen von Musik Video und Video Spielen, 2009
[17] Lo studio è disponbile al seguente indirizzo, link controllato il 4 giugno 2011.
[18] Nello studio il termine “riequilibrato” sta a significare che tra gli utenti c’è stato un effetto di riorganizzazione dei propri consumi: è diminuito il consumo di CD e aumentato quello dei concerti, o viceversa.
[19] M. D. Smith – R. Telang, Competing with Free: The Impact of Movie Broadcasts on DVD Sales and Internet Piracy, Carnegie Mellon University Working Paper, 2008, disponibile all’indirizzo http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1028306, link controllato il 4 giugno 2011.
[20] Frank N. Magid Associates, Inc. “Introducing Hollywood’s Best Customers”, 2009, disponibile all’indirizzo http://www.magid.com/sites/default/files/pdf/vuze.pdf, link controllato il 4 giugno 2011.
[21] Lo studio è disponibile al seguente indirizzo, link controllato il 4 giugno 2011.
[22] Sul punto cfr., J. Karaganis, Piracy and Jobs in Europe: Why the BASCAP/TERA Approach is Wrong, link controllato il 4 giugno 2011.
[23] http://www.ipo.gov.uk/ipreview, link controllato il 4 giugno 2011.
[24] Si pensi al dottrina del c.d. Three strikes che prevede finanche la disconnessione da Internet nel caso di ripetute violazioni del diritto d’autore. Tale pratica è stata condannata da un recente rapporto delle Nazioni Unite sui diritti umani (“While blocking and filtering measures deny access to certain content on the Internet, States have also taken measures to cut off access to the Internet entirely. The Special Rapporteur is deeply concerned by discussions regarding a centralized “on/off” control over Internet traffic. In addition, he is alarmed by proposals to disconnect users from Internet access if they violate intellectual property rights. This also includes legislation based on the concept of “graduated response”, which imposes a series of penalties on copyright infringers that could lead to suspension of Internet service, such as the so-called “three strikes- law” in France and the Digital Economy Act 2010 of the United Kingdom.”) Disponibile al seguente indirizzo link controllato il 4 giugno 2011)
[25] R. Borruso, L’informatica del diritto, Milano 2004, p. 295

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