CRITICITÀ DELLA DELIBERA AGCOM SOTTO IL PROFILO DELL’EDUCAZIONE ALLA LEGALITA’ E AL DIRITTO D’AUTORE

Associazione CSIG di Ivrea-Torino
Mauro Alovisio – Corrado Druetta – Stefano Leucci – Massimo Ciavarella Elena Cantello – Luca Achiluzzi – Guido Cellerino – Erwin Pouli

Introduzione

All’interno del sistema delineato dalla Delibera AGCOM 668/10/CONS, l’educazione al copyright sembra assumere particolare rilievo. Sia da sola che in congiunzione con un auspicato aumento dell’offerta di servizi legali, una corretta informazione appare essere un presupposto irrinunciabile per un efficace tutela dei diritti d’autore online.
Questa affermazione, che trova ampio consenso in principio, rischia tuttavia di esser erroneamente sviluppata nella pratica.
Qui di seguito il gruppo CSIG si propone di analizzare il contenuto della delibera riguardo alla promozione ed “educazione” al diritto d’autore, evidenziandone i profili più critici e proponendo alcune possibili soluzioni.

I. Il sistema previsto

Il punto 3.4 dell’Allegato B contiene precisi riferimenti all’attività di informazione ed educazione ipotizzata dall’Autorità; la stessa si dichiara convinta che “promuovere l’educazione alla legalità possa contribuire a favorire la diffusione di un utilizzo corretto della rete internet”.
Il presupposto di partenza adottato dall’Autorità insiste sull’inconsapevolezza, manifestata dagli utenti, circa l’illiceità delle violazioni commesse: “Recenti studi suggeriscono, infatti, che la maggior parte degli utenti che utilizzano la rete per accedere a contenuti coperti da copyright senza il consenso dell’autore non sarebbero in realtà consapevoli di commettere un illecito”.
Al fine di colmare questo deficit di consapevolezza, l’Autorità “ritiene pertanto utile la pianificazione di una campagna di informazione e di educazione alla legalità intesa a rendere gli utenti, ed in particolare i più giovani, più consapevoli della normativa a tutela del diritto d’autore e dei rischi generati dalla pirateria”.
Seguono alcuni esempi di articolazione di tale campagna, così descritti:
“1. una sezione dedicata sul sito web dell’Autorità, con la chiara indicazione della normativa di riferimento, delle iniziative di prevenzione e di accertamento delle violazioni in materia di diritto d’autore realizzate nel Paese e in tutta l’area comunitaria, e infine dei rischi generati dalla pirateria;
2. una promozione delle forme sperimentali di consumo legale per la creazione di un mercato nazionale forte ed evoluto della produzione, distribuzione e consumo di contenuti digitali;
3. una campagna informativa mirata sui principali mezzi di comunicazione (canali televisivi, emittenti radiofoniche, stampa specializzata e, naturalmente, siti internet maggiormente frequentati dall’utenza italiana), intesa principalmente a sensibilizzare l’utenza sul tema del rispetto della legalità e della valorizzazione della creatività”.
Inoltre, l’Autorità ritiene altresì utile un’informazione “preventiva”, “a cura del fornitore di servizi di connettività alla rete internet, ”, i quali dovrebbero informare gli utenti circa i rischi legati ad un incorretto uso del servizio, assieme alle modalità di pagamento per usufruire dei servizi legali, “nei contratti relativi ai servizi di accesso ad Internet” e “nelle condizioni generali del servizio di hosting e caching di contenuti su internet che l’utente sottoscrive al momento del primo utilizzo del servizio”.
Il sistema così delineato è, a nostro sommesso avviso, viziato da alcuni presupposti erronei, i quali si ripercuotono sulle modalità operative proposte, rendendole di fatto inefficaci o scarsamente incisive.
Certamente, non vi sono vizi nel considerare la legalità come il principio che dovrebbe guidare l’utenza nell’uso quotidiano della Rete. Il “mezzo” Internet, con tutte le sue straordinarie potenzialità, resta un “mezzo” neutrale: uno strumento utilizzabile sia nel rispetto della legge, sia per violare la stessa. Percepire e comprendere i contorni della legge diventa dunque il criterio per collocarsi, in maniera consapevole, da una o dall’altra parte.
Eppure, la “legge” in questione è davvero intellegibile? Quella stessa legge che si vuol far rispettare è scritta in maniera tale da essere capita e compresa, se non da tutti, quanto meno dalla maggior parte degli utenti? Sul punto, ci sia concesso di esprimere forti perplessità, per una serie di ragioni.
L’impatto che Internet ha avuto sui sistemi normativi è stato enorme, ed ha prodotto mutamenti di breve e lungo periodo, che ancora oggi faticano a trovare una collocazione giuridica soddisfacente.
In tema di proprietà intellettuale, si rileva come nuovi concetti sono stati introdotti (“downloading/uploading”) e nuove logiche di sfruttamento dei diritti si sono imposte all’attenzione, spingendo la riflessione giuridica a considerare se non fosse addirittura opportuno ipotizzare un diritto d’autore “2.0”, più adatto alla rivoluzione digitale [1].
In Italia, l’impianto normativo posto a tutela delle opere di ingegno risale agli anni Quaranta del Novecento e, al contrario del sistema di proprietà industriale recentemente riformato con il D.Lgs. 30/2005, esso non ha subito riformulazioni complete, quanto aggiustamenti e modifiche puntuali. Gli interventi che hanno interessato Internet [2] sono stati in parte decisi “altrove”, in sedi internazionali, e in parte decisi dal nostro legislatore italiano. Ciò ha comportato “un’onda confusa ed asincrona” [3] di nuove disposizioni penali e civili, innestate su di un sistema concepito in epoca pre-repubblicana, che ha causato non pochi grattacapi agli interpreti del diritto. Inoltre, molte di queste disposizioni non sono self-evident, ma rendono necessari rimandi continui ad ulteriori disposizioni, nonché ad orientamenti giurisprudenziali più o meno consolidati, che non fanno che complicare ulteriormente il quadro.
Pertanto, supponendo che le leggi a tutela del diritto d’autore su Internet non siano materia facile da comprendere, ci si può interrogare se siano previste opportune vie alternative che aiutino a comprendere la legge in maniera chiara e corretta. Le campagne di sensibilizzazione dovrebbero aiutare esattamente in tal senso, fornendo un’informazione corretta, adeguata e completa all’utenza.

Le innovazioni tecnologiche connesse ad internet hanno prodotto la creazione di un’economia partecipata in cui ogni utente elabora, produce e condivide con altri dei contenuti all’interno di una società globalizzata; risulta fondamentale accompagnare gli utenti nell’educazione [4] al diritto di autore e alle nuove tecnologie con regole semplici ed immediate al fine di cogliere le straordinarie opportunità di crescita e di interazione [5]. Si assiste nella fruizione delle opere on line ad un conflitto fra imprese create nell’era di internet e le imprese precedenti legate alla materialità dei supporti.

II. Sull’informazione proposta

Fin dagli albori di Internet si sono svolte molteplici campagne di sensibilizzazione; con riguardo al diritto d’autore, esse si sono tuttavia intensificate nel tempo, a seguito del caso Napster e dello sviluppo delle reti di condivisione “peer-to-peer”, che hanno letteralmente massificato quello scambio e condivisione di contenuti creativi che, fino a quel momento, esisteva negli scambi quotidiani d’amicizia e cortesia. Si è venuto a creare così il problema del “pirata digitale”, una nuova versione di quella “pirateria” intellettuale storicamente sempre presente e contrastata dalle élites culturali [6].
Queste campagne, graficamente accattivanti ed attivamente sostenute dalle industrie di produzione di contenuti creativi, si sono fatte spesso portatrici di un’equazione semplicistica, “pirateria = furto”.
Mentre il secondo termine veniva illustrato con esempi scolastici di appropriazione indebita di proprietà altrui, sul primo si preferiva non indugiare troppo, lasciando intendere che ogni violazione di un diritto di proprietà intellettuale fosse considerabile come pirateria, e dunque assimilabile al furto.
L’approccio proposto è marcatamente assolutistico e non tiene conto di alcuni elementi.
Primo, vi sono degli utilizzi che, benché in apparente violazione di diritti altrui, sono ampiamente riconosciuti e tollerati dal sistema. Parliamo delle diverse eccezioni e limitazioni previste all’interno degli stessi ordinamenti a tutela di utilizzi leciti, che sopravvivono nonostante i progressivi inasprimenti delle sanzioni.
Secondo, vi sono dei modelli di gestione della proprietà intellettuale che rendono lecite tali pratiche nel rispetto dei diritti altrui. Parliamo dei modelli “copyleft”, che promuovono un approccio più versatile alla tutela dei diritti degli autori, conferendo ad essi la scelta di quali diritti riservarsi, lasciando per il resto ampie possibilità d’utilizzo alla pubblica utenza [7].
Terzo, accanto ai tanto decantati pericoli portati da atteggiamenti in odor di pirateria, vi sono altresì dei vantaggi, di cui spesso beneficia l’intera collettività. Come osservato [8], si può copiare per imparare, per discutere e criticare, ma altresì per migliorare la produzione creativa. Tutte queste azioni portano benefici indiscutibili per la comunità, in termini di nuovi spunti creativi, nuove opportunità, migliori procedure e costi ridotti. Questi benefici sono spesso taciuti, perché si ritiene erroneamente che ciò crei confusione. Al contrario, una presa di coscienza in tal senso non farebbe altro che rendere giustizia agli stessi diritti di proprietà intellettuale: la percezione sociale della proprietà intellettuale è notevolmente peggiorata, e arrivano forti spinte per una sua progressiva abolizione, dati gli ostacoli che una sovra-protezione comporta per la produzione e la circolazione dei contenuti creativi.
Scorrendo le righe del provvedimento, a nostro avviso l’attività di sensibilizzazione sostenuta dall’Autorità si muove mestamente nella stessa direzione delle campagne che l’hanno preceduta.
Dire che non vi è “consapevolezza di commettere un illecito” ogniqualvolta qualcuno utilizzi la Rete per accedere a contenuti digitali senza il consenso dell’autore suggerisce che ogni utilizzo in tal senso integri gli estremi di un illecito sanzionabile. Il messaggio è fuorviante, e si fatica a ritenere che tipo di “recenti studi” possano effettivamente dimostrarlo. Piuttosto, è più corretto sostenere che, nei soli casi in cui un illecito sia stato effettivamente accertato, recenti studi sostengono che i colpevoli abbiano dichiarato di non essere stati consapevoli dell’illiceità della loro condotta.
Stessa cosa può dirsi dell’informazione sull’ “accertamento delle violazioni”, nonché sui “rischi generati dalla pirateria”. Infatti, un’educazione incentrata sull’indicazione di pericoli e divieti difficilmente potrà generare una consapevolezza vera nell’utilizzo del mezzo Internet: così si predilirà sempre il protezionismo dei diritti altrui piuttosto che l’educazione su di un uso informato del mezzo.
L’assenza di consapevolezza appare non certo giustificabile, ma comprensibile, in ragione della oggettiva complessità della disciplina, ma anche alla luce della giovane età dei potenziali trasgressori. Si è parlato a lungo dei cosiddetti “nativi digitali”, i giovani appartenenti alla generazione dell’era Internet, in possesso di una dimestichezza accentuata coi mezzi digitali [9]. Questa generazione, almeno in Italia, si affaccia in questi anni alla maggior età. Molti di loro sono grandi consumatori di prodotti digitali, e sono chiaramente più consapevoli di cosa sia la proprietà intellettuale di quanto non lo fossero i loro coetanei anche solo 10-20 anni fa, eppure restano dei giovani ragazzi cui occorre spiegare le regole.
Questo perché, come osservato, con i nativi digitali al rispetto delle norme codificate spesso concorre il rispetto delle norme sociali. Queste ultime norme comprendono abitudini, usi e costumi che naturalmente si affermano ed evolvono all’interno dei gruppi sociali, arrivando ad imporsi come vere e proprie “leggi” non scritte.
Ora, è innegabile che scaricare contenuti dalla Rete possa ormai ritenersi un’abitudine consolidata nelle fasce giovani della popolazione: piuttosto che girare negozi ed acquistare altrove ciò di cui si ha bisogno, si preferisce cercare lo stesso contenuto su Internet. Questo forse più per ragioni di comodità e praticità, che per ragioni di mera gratuità: tuttavia, non si nasconde che l’argomento del “tutto subito gratis” abbia un certo appeal.
Dunque, se si vuole davvero mutare abitudini sociali che vanno al di là del mero rispetto di norme giuridiche, occorre in concreto predisporre un’informazione adeguata, non soltanto richiamando le disposizioni di legge ma spiegandole ad un pubblico spesso e volentieri a digiuno di concetti giuridici. Inoltre, come già esplicitato, sono da evitare facili accostamenti come quello del crimine di furto, nell’ottica di un’informazione corretta; né appare sufficiente richiamare gli aspetti più negativi del rispetto dei diritti di proprietà intellettuale, nell’ottica di un’informazione completa.

III. Sulle proposte di attuazione

Veniamo ora alle modalità concrete proposte.
La proposta di una “sezione dedicata” sul sito dell’Autorità rappresenta una delle vie classiche di intervento in materia. Tuttavia, come già sottolineato, l’indicazione pedissequa della normativa di riferimento con l’indicazione di rischi, provvedimenti possibili e sanzioni è un intervento riduttivo, destinato ad essere limitatamente efficace. Primo, perché la collocazione proposta è all’interno del sito istituzionale di un’Autorità amministrativa non ancora chiaramente associata al diritto d’autore nell’immaginario collettivo. Secondo, l’intervento proposto difetta di qualsiasi intento educativo: non si propone di spiegare il fondamento ed il significato delle normative richiamate, né si premura di contrapporre i benefici ed i vantaggi della proprietà intellettuale, che pur esistono, ai rischi segnalati.
Quanto alla campagna informativa multicanale (televisione, radio, stampa, Internet), essa appare ricalcata sulle “normali” campagne di sensibilizzazione e di comunicazione sociale lanciate quotidianamente. Eppure, si possono nutrire perplessità sulla sua efficacia in questo ambito.
Se l’intento dichiarato è quello di informare gli utenti di Internet, allora Internet deve essere il principale canale di comunicazione. Altri media potranno essere utilizzati qualora si accerti che vi sia una sostanziale convergenza delle diverse audiences: altrimenti, si tratterebbe di campagne roboanti e pervasive in teoria ma scarsamente utili nella pratica.
Certo, rivolgersi anche ad altre audiences può apportare alcuni benefici collaterali: ad esempio, parlare di rispetto della proprietà intellettuale anche in radio e Tv può rendere i genitori, magari non avvezzi ad Internet, più attenti sull’utilizzo del mezzo compiuto dai loro figli. Ciò nonostante, anche in questo caso occorre procedere con prudenza: potrebbero essere necessari accorgimenti contenutistici e grafici diversi a seconda del pubblico di riferimento, al fine di non generare confusione.
La proposta enunciata al punto 2) è certamente quella più interessante, per le possibili ricadute benefiche, in termini di “alternativa” legale e appetibile agli illeciti. Eppure, paradossalmente, è la soluzione che più risulta ostacolata dall’attuale sistema di proprietà intellettuale.
Infatti, una, se non la più importante, causa del mancato sviluppo di piattaforme di contenuti digitali in ambito europeo è stata la moltiplicazione e l’ipertrofica protezione dei diritti di esclusiva in capo ai diversi soggetti della catena di produzione creativa. Ciò ha condotto, nel corso dei decenni, ad una aumento degli interessi in gioco ed a sistemi di gestione collettiva a dir poco cavillosi, che rendono di fatto impossibile la creazione di sistemi di licenza dei contenuti che sappiano essere multi-territoriali e multi-repertorio, come lo sviluppo della Rete richiederebbe.
Questo stato di cose ha spinto l’Unione Europea ad intervenire, collocando la questione tra i primi punti della“Digital Agenda” della Commissione Europea: nell’attesa, appare certamente opportuno porgere attenzione alle sperimentazioni in atto, in modo da esser pronti quando ciò diventerà realtà.
Ad ultimo, l’Autorità propone un inserimento di un contenuto informativo minimo nei contratti di accesso, di hosting e di caching. Questa eventualità, ancora, desta alcuni dubbi. A prescindere dalla circoscrizione di un contenuto “minimo” e dalla sua adozione diffusa all’interno dei detti contratti, occorre considerare che, spesso, colui che legge e sottoscrive i contratti non è, o non è il solo, fruitore dell’accesso, del caching o dell’hosting.
Forse più logica appare la visualizzazione di una finestra informativa al momento dell’accesso, prevista nella domanda associata alla sezione. Anche qui, tuttavia, sarebbe possibile fornire solo alcuni rimandi semplici alla normativa vigente, per evitare finestre verbose da bypassare immediatamente con alcuni colpi di click.

Conclusione

Alla luce di quanto esposto, il sistema delineato risulta sicuramente perfettibile: tanto i presupposti di fondo quanto le modalità attuative risentono infatti di alcune convinzioni, retaggio di campagne ed iniziative passate, che purtroppo non convincono.
A conclusione del presente contributo, il gruppo CSIG ritiene di poter proporre alcuni accorgimenti pratici per un’educazione corretta al diritto d’autore in ambito digitale.

In un’ottica di informazione ed educazione, meglio sarebbe prevedere sezioni di FAQ (Frequently Asked Questions) o contenuti multimediali, che rispondano direttamente ai principali interrogativi di giovani e meno giovani sul tema. Una serie di risposte esaustive o una serie di filmati concepiti ad hoc, collegati ad esempi concreti, sono necessariamente più pedagogici ed informativi dei semplici rimandi testuali al dato normativo (ad esempio la creazione di un video musicale, di un documentario, l’utilizzo di una fotografia e o di una canzone, il rapporto fra social network e diritto di autore), si propone a tal fine la creazione di un forum interattivo e l’organizzazione con seminari informativi presso scuole, università, centri di ricerca ed istituti, la promozione di concorsi in materia di comunicazione in materia di diritto di autore sul web e la creazione di sportelli informativi in un’ottica preventiva del contenzioso. Come rilevano alcuni esperti in materia di copyright ed internet siamo in presenza di una “considerevole resistenza- sociale prima ancora che giuridica- alla elefantiasi protezionistica delle privative industriali ed intellettuali”. Si rileva pertanto come “per un verso gli utenti ritengono normale fruire di contenuti gratuitamente. Per altro gli operatori sulla rete appaiono assicurare la gratuità e la libertà” [10]. Siamo in presenza di una sfida economica fra chi esige che l’offerta dei contenuti gratuiti sia remunerata e chi invece trae vantaggi dall’offerta dei contenuti attraverso l’aumento del traffico telematico e l’aumento delle inserzioni pubblicitarie. Occorre considerare come la carta fondamentale dell’Ue prevede che la proprietà intellettuale è protetta e che anche nel mondo digitale “non può esserci libertà senza responsabilità”277.
Più che sulle necessarie basi legali, è importante insistere sui meccanismi sottesi alle leggi di proprietà intellettuale. Ad esempio, sotto la dicitura “diritto d’autore”, non sono, infatti, tutelati i semplici autori, ma tutta una serie di professionisti che contribuiscono alla creazione e alla distribuzione dei contenuti creativi. Pertanto, per favorire una “cultura” della proprietà intellettuale che non sia solo “repressione” ma anche “promozione”, con gli opportuni strumenti si potrebbero spiegare i meccanismi che governano la proprietà intellettuale in Rete [11], rendendo al contempo coscienti gli utenti dei propri diritti. Ad esempio, si potrebbe spiegare con quali percentuali il pagamento di un contenuto creativo si ripercuote sui soggetti dell’intera “filiera”; oppure, affrontare la tematica degli User- Generated Contents e delle licenze libera in una maniera più incisiva di quella finora dimostrata da altri enti, quali la SIAE.
Non si ritrova nella sezione alcun riferimento a possibili sinergie con altri enti, sia pubblici che privati, salvo il riferimento agli ISP per i contratti di accesso, caching ed hosting (che tuttavia suona più come un’imposizione che come una pratica concertata). Questo atteggiamento di chiusura, ove confermato, priverebbe certamente AGCOM degli importanti spunti che possono derivare dai contatti con chi questi temi li tratta e discute da più tempo. Associazioni di utenti, enti di ricerca e gruppi informali rappresentativi possono, infatti, contribuire ad elaborare strategie comunicative efficaci, ampliando il ventaglio di competenze a disposizione.

Questi accorgimenti devono tuttavia essere sostenuti ed accompagnati da un cambiamento generale di prospettiva. Troppo spesso, non solo in Italia ma altrove, le autorità pubbliche hanno seguito indirizzi e misure suggerite da lobbies e gruppi di interesse, ritenendo che questi fossero i soggetti più adatti per proporre iniziative.

Il tempo trascorso ha mostrato chiaramente che questo ragionamento non può reggere. Chi ha interesse nel criminalizzare la pirateria, comprendendo nella stessa ogni atto non espressamente autorizzato e controllato, può certamente utilizzare le proprie risorse per sostenere la necessità di tali interventi. Ciò nonostante, le autorità pubbliche competenti non possono rinunciare ai loro obblighi di verifica e controllo, a garanzia dei diritti degli utenti, che altro non sono che i comuni cittadini. Appiattirsi su posizioni altrui non può che viziare il gioco in partenza, viziando di conseguenza anche una corretta comunicazione, che pure è possibile in Rete. Tutto sta nel decidere se questa informazione possa provenire da un’Autorità autorevole e competente quale è AGCOM, o se i cittadini-utenti debbano trovarla, ancora una volta, altrove.

Note
[1] Ricolfi Marco, “Copyright Policy for digital libraries in the context of the i2010 strategy”, intervento alla prima “COMMUNIA Conference on the Digital Public Domain”, Louvain-la-Neuve (Belgio), 2008, accessibile su http://nexa.polito.it/copyright20; si segnala, dello stesso autore, “Making Copyright Fit for the Digital Agenda”, intervento al 12esimo EIPIN Congress 2011 – Constructing European IP: Achievements and new Perspectives, Strasburgo (Francia), 2011, accessibile su http://nexa.polito.it/making-copyright-fit-for-the-digital-agenda.
[2]Berlingieri Elvira, “Legge 2.0, Il Web tra legislazione e giurisprudenza”, Apogeo, Trento, 2008.
[3] Blengino Carlo, “La tutela penale del copyright digitale: un’onda confusa ed asincrona”, in AA.VV., “Copyright digitale – L’impatto delle nuove tecnologie tra economia e diritto”, Giappichelli, Torino, 2009.
[4] A.A. V.V. “Educare ai tempi di Internet, Imparare, proporre e crescere nella rete”, Elledici, Torino, 2008
[5] Benkler Yochai La ricchezza della rete. La produzione sociale trasforma il mercato e aumenta la libertà, Egea, Milano, 2006; LESSIG Lawrence “The future of ideas. The fate of the commons in a connected world”, Vintage Books, New York, 2002.
[6] Johns Adrian, “Pirateria – Storia della proprietà intellettuale da Gutenberg a Google”, Bollati Boringheri, Torino, 2011.
[7] Aliprandi Simone, “Teoria e pratica del copyleft – Guida all’uso delle licenze opencontent”, NDA Press 2006.
[8] Glorioso Andrea, “Apologia della copia”, in AA.VV., “Copyright digitale – L’impatto delle nuove tecnologie tra economia e diritto”, Giappichelli, Torino, 2009.
[9] Palfrey John – Gasser Urs, “Nati con la Rete”, BUR Rizzoli, Milano, 2009. FERRI Paolo, “Nativi Digitali”, Bruno Mondadori, Milano, 2011.
[10] Sica Salvatore – Zencovich ZENO Vincenzo, “Legislazione. Giurisprudenza e dottrina nel diritto dell’Internet”, in “Il diritto dell’informazione e dell’informatica”, n. 3/ 2010 pag. 377-389.
[11] Musso Alberto, “La proprietà intellettuale nel futuro della responsabilità sulla rete: un regime speciale?, in “Il diritto dell’informazione e dell’informatica”, n. 6/2010, pag. 795-827.

This entry was posted in Libro Bianco. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>